Archivio per horror

NEW ORDER sbarca in USA!

Posted in Movies, News with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on febbraio 27, 2013 by bloggergeist

Finalmente è ufficiale. Sarò di parte, ma la notizia fa sperare non solo gli appassionati di cinema di genere, ma tutti quelli che credono ancora che un nuovo cinema italiano, lontano dalle dinamiche di finto mercato e di inciuci e conoscenze, sia possibile. E’ infatti da una decina di giorni che il film indipendente di Marco Rosson, “New Order”, è stato acquistato e distribuito dalla Acort International e dalla Midnight Release  . Il film, uno sci-fi apocalittico, girato in inglese, non solo è già disponibile sui maggiori siti sia home video che on demand ma vedrà la luce anche in alcune sale degli States. I primi dati dicono anche che il film stia già dando i suoi frutti, in alcuni siti è infatti già esaurito.

 

Insomma un “nuovo ordine” per il cinema indipendente italiano è cominciato, e la bandiera la porta Marco Rosson, un film costato 30mila euro, senza aiuti statali, senza aiuti regionali, senza produttori, senza l’aggancio politico, senza velleità pseudo artistiche. Attori esordienti che ben figurano al fianco di un ottimo David Wurawa, (attore di film e fiction austriaco/tedesche) e soprattutto della leggenda FRANCO NERO che da subito ha visto in Rosson la passione che manca al cinema nostrano finto d’autore e impelagato nella commedia più becera e piatta senza via d’uscita. Lo stesso Nero è co-produttore con il regista, lui, Franco, considerato un mito in USA, uno che viene pregato da Tarantino in persona per fare un cameo e che in Italia viene considerato meno delle vallette da fiction di mezzogiorno.

Dunque è questa la nuova via. Girare, con i mezzi che si hanno, con un’ idea che non deve essere geniale, ma semplicemente visivamente efficace, di genere per conquistare un proprio pubblico (e perché no, per tentare di fare quello che vi diverte davvero) e riferita al 90% del pubblico. Ovvero quello non di lingua italiana.

Vi lascio con un  bell’articolo di Andrea Gatti Casati che parla proprio del nostro New Order, e vi segnalo l’uscita in DVD, questa volta in Italia, della raccolta horror Fantasmi prodotta da un altro portabandiera del cinema (horror) indipendente italiano, ovvero Gabriele Albanesi.

Alessio De Nicola

New Order – Commento Andrea Gatti Casati

Un nuovo ordine è possibile. Difficile, però, prenderne coscienza. Questione di scelte: giuste o sbagliate, composte o fuori luogo. Nel film di Marco Rosson, alla sua prima esperienza in un lungometraggio, di scelte ce ne sono molte. Scelte coraggiose. Lingua inglese e sottotitoli, un lungo – e ben pensato – piano sequenza d’apertura, un fucile che non spara, una trama ad incastro scandita da soggettive e occhi indiscreti, un silenzio assordante, il racconto del sociale attraverso l’onirico, un finale brusco. Un senso generale di disagio.

Scorre piano New Order, come una canzone psichedelica che è impossibile interrompere: ti guida e non ti fa chiudere occhio. Un film da seconda serata, destinato a chi piace torturarsi sul divano resistendo alla voglia di chiudere gli occhi e provando piacere per questo. Destinato a chi sono piaciuti i personaggi e le atmosfere di The Cube, il concept di The Experiment, le paranoie di Pi Greco (il cui autore -D. Aronofky – viene ringraziato nei titoli di coda).

I colori delle immagini sono freddi, per gli interni, e semi-freddi (!), per l’esterno. Come se fuori dalle nostre case ci attendesse una qualche cosa in più, come se ci fosse una speranza che però non riusiamo a raggiungere e che ci fa paura. Come se sapessimo, in fondo, che dentro o fuori è lo stesso: che da soli o in compagnia il nostro vuoto non può essere colmato. La nostra pazzia non può essere sanata. Oltre il blu delle pareti, anche il rosso della campagna che si prepara all’inverno mantiene un’anima fredda, ricordando quei guanti di pelle nera indurita in cui, posandosi ghiaccio e brina, non riescono più a scaldarti le mani.

Lo sa lo spettatore e lo sa bene il Dottor Ward, tragico protagonista assente del film, la cui sola immobile presenza condiziona il susseguirsi degli eventi, poggiati su di un virus e su un piccolo gruppo di sopravvissuti in costante monitoraggio.

Molto buona la recitazione. Franco Nero, nome di spicco della pellicola, suggerisce intensità, riportando sullo schermo un classico ormai intramontabile: il dottore dal nome improbabile- Cornelius Van Morgan – e dall’accento straniero, pazzo nei suoi intenti ma lucido nei movimenti.

I restanti cinque personaggi rappresentano invece la rottura degli schemi. Il nuovo ordine, appunto. Protagonisti che si alternano: un narratore che passa il testimone scomparendo prematuramente (Psyco?), una donna che calamita su di sé violenza gratuita, soggetti consapevoli del proprio demone.

Siamo tutti in attesa di risposte ma allo stesso tempo abbiamo paura di ciò che potrebbero svelare, in puro stile fantascienza.

E’ su questo modo di interpretare la paura che il regista si guadagna la fiducia dello spettatore. Un’arma non fa paura solo nel momento in cui parte lo sparo.

I piccoli difetti di edizione e la mancanza di effetti speciali vengono accantonati grazie alla credibilità che la pellicola si guadagna, con forza, scena dopo scena. E’ una chitarra che entra direttamente in un amplificatore distorto e rumoroso: niente coperture, niente maschere, ma il contatto diretto tra il suonatore e il suonato. Il risultato è una musica brutale, che non risente certo di una valvola traballante o di un cono sovraeccitato.

Solo il finale meriterebbe più attenzione, più respiro: il climax sale al punto giusto, le risposte arrivano, è il momento di Franco Nero e di una riflessione che sa di contemporaneo. Altri registi avrebbero scelto di allungare di molto il minutaggio per viversi il momento.

Rosson decide di optare per il contropiede, colpendo il pubblico prima che possa ripararsi, prima che riesca a coprirsi il viso e i punti vitali. Può essere la scelta giusta, il rischio è che non vengano colti i risvolti più interessanti.

Il budget per la realizzazione è purtroppo scarno (30 mila euro e 12 operatori), ma lo sviluppo narrativo, l’ispirazione tecnica e, soprattutto, la buona sceneggiatura, fanno la differenza.

E’ un film di cui si sente il carattere. Carattere, che neanche i soldi possono comprare.

Ultima annotazione: locandina da grande distribuzione.

Andrea Gatti Casati

DRILL KILLS -la paura ha un rumore- official teaser online

Posted in Movies, News with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 26, 2012 by bloggergeist

Ed ecco quella che si annuncia una ghiotta (o sanguinolenta?) novità per gli amanti dell’horror/splatter. Da una settimana è infatti online il teaser di “DRILL KILLS -Trapano Uccide-“:

un progetto del gruppo Lo Zoccolo Duro, che tramite il crowd funding (a breve uscirà il progetto definitivo per la “raccolta fondi” dal basso) punta a realizzare il lungometraggio dello splatterone in questione, con l’aiuto di tutti gli appassionati e volenterosi che vorranno essere produttori di questa sanguinaria opera prima.

Il Trapano assassino e già finito sulle autorevoli pagine virtuali di diversi siti di genere, tra cui SPLATTERCONTAINER, Bloody-Disgusting.com e DreadCentral i cui link sono consultabili qui sotto anche per spulciare la BREVE SINOSSI in italiano e inglese:

http://www.splattercontainer.com/news/view.php?id=3153&movie_id=2520

http://www.dreadcentral.com/news/54877/drill-kills-alessio-de-nicolas-new-feature-film

http://bloody-disgusting.com/news/229186/indie-round-up-the-cohasset-snuff-film-and-drill-kills-trailer-murder-university-and-full-assassins-short/

Da notare la fattura degli effetti speciali del teaser che sono stati realizzati dalla Fantastic Forge la scuola di effetti speciali di Sergio Stivaletti, nella persona di Federica Di Valerio, mentre le due attrici sono le italianissime Valeria Perri ed Eleonora Gnazi… per il cast tecnico invece vi rimando alla fine del teaser…

A presto per nuove news sulla campagna di crowd funding… nel frattempo vi lasciamo coi motti “FEAR WILL MAKE NOISE” e “IT WILL DRILL YOU UP”, non male come premesse…

Online il TRAILER ufficiale di NEW ORDER

Posted in Movies, News, Videos with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on gennaio 26, 2012 by bloggergeist

Per gli appassionati dei film di genere, in questo caso “genere” sta per SCI FI, c’è una chicca da non perdere. Sto parlando del trailer del nuovo film con il leggendario FRANCO NERO. L’opera in questione è NEW ORDER, un fantascienza low budget che dalle prime immagini promette bene.

Siamo in un apocalittico 2033. Un virus sta sterminando l’umanità. Il dottor Cornelius Van Morgan (Franco Nero) porta avanti gli studi del suo predecessore il dottor Ward. Sta monitorando la vita di cinque individui in una casa, gli unici esseri umani che sembra non abbiano contratto il virus. Ma la situazione ci mette poco a sfuggire di mano… (consiglio la visione in HD)

Insomma dal reality al mokumentary, passando per l’azione a venature horror, l’opera prima del regista vogherese MARCO ROSSON, prodotta dalla sua neonata casa di produzione la Tacci Films, sembra non lascierà delusi gli amanti dei cult da home video e di “Django” Nero. Il film è girato completamente in inglese, quindi non possiamo perderci FRANCO anglofono. Nel cast anche DAVD WURAWA attore austriaco le cui performance abbiamo apprezzato nel teaser disponibile su youtube.

New Order_Set

il regista Marco Rosson e Franco Nero

La fotografia, che già nel trailer pare avere una marcia in più rispetto ai LOW cui siamo abituati è di MARCO SIRIGNANO (a.i.c) che ha già illuminato “Camera Cafè” e il film “Still Life” oltre a diversi spot che vediamo in tivù.

Pare che il film stia anche per approdare a HOLLYWOOD per mano dello stesso Franco Nero…

Franco Nero con la troupe al completo

NewOrder_sulSet

La Troupe di New Order durante la pausa!

ITALY HORROR SHOW

Posted in Movies, News with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on maggio 20, 2011 by bloggergeist

Mentre la nostra italietta continua ad annaspare e a divincolarsi goffamente fra referendum da nascondere, minacce libiche, campagne elettorali no sense e non voglio sapere cosa domani (o forse si, data la mia famosa curiosità), mi pareva giusto scrivere qualcosa. Che non c’entrasse niente. Così dopo un secolo dal mio ultimo, critico, blaterare, che tanti commenti grondanti odio (e che quindi ben vengano) ha portato, vista la mia bocciatura per Shadow di Zampaglione colgo l’occasione per parlare di uno che pare stia scrivendo un film proprio col cantante dei Tiromancino.

Sto parlando del regista Gabriele Albanesi e in particolare del suo UBALDO TERZANI HORROR SHOW. Io e l’androide avevamo già visto IL BOSCO FUORI (o “The Last House in the Wood” che fa molto più figo) qualche anno fa. Il film aveva un budget ridicolo e con una produzione così risicata gli errori durante il film sono frequenti, eppure Albanesi ha saputo dare al tutto la forza del cult vecchio stampo e come fece il vecchio Rob Zombie per LA CASA DEI 1000 CORPI, sbattendosene del citazionale e del riferimento a spada tratta, ha girato il suo film come voleva. E ha fatto bene. Anzi hanno. Sia Rob, che Albanesi. Anzi Gabriele ha fatto così bene che IL BOSCO FUORI in dvd version spopolò in Giappone e in USA è stato distribuito da nientepopodimenoche SAM RAIMI. Niente male. Qualcosa di buono allora c’è, ciò che era strano a quel punto è che l’avevo notato anche io…

Comunque sto divagando perché intanto per Albanesi è arrivato il momento della seconda opera. UBALDO TERZANI HORROR SHOW appunto. Qualche soldino in più, ma niente di che. A produrre è la Minerva dei Manetti Bros. smanettoni e vioclippari che non escono più dal sottogenere zeta e dal videoclippotto alla Max Pezzali. Altro sproloquio scusate… Dicevo Ubaldo… In questo film il nostro regista cambia “registro” e genere. Mentre nel BOSCO c’era tantissimo e immotivato sangue, come il gore e lo splatter impongono (visti anche i riferimenti al filone gore degli States, dai massacri del texas alle case a sinstra), in UBALDO c’è medio è motivato sangue.

Motivato da una sfida psicologica in continuo crescendo molto più vicina al thriller che al film dell’orrore. Da una parte il vincente scrittore horror Ubaldo Terzani, magistralmente interpretato da Paolo Sassanelli che uscito dal giogo Coliandresco da il meglio di se. Dall’altra parte abbiamo Alessio Rinaldi alias Giuseppe Soleri, che vorrebbe fare il regista ma al produttore le sue sceneggie proprio non vanno giù. Ed ecco che nella scrittura del suo film al buon Alessio viene vivamente consigliato un ispiratore che lo porti sulla retta via dell’incubo. Lo scrittore di successo Terzani appunto.

Una trama più alla Carpenter che alla Bava forse. E intanto comincia il crescendo, i colori si fano confusi come la mente di Alessio, annebbiata dalla prepotente personalità dello scrittore di libri mostruosi e che forse è mostruoso a sua volta. Si perchè Albanesi non vuole nascondere la reale natura di Terzani. No. Ma farci vedere fino a che punto il suo spietato fascino luciferino possa influenzare e offuscare la mente giovane di Alessio. In realtà Terzani è il maestro che manca al ragazzo per capire la vera essenza del male, il vero lato oscuro dell’arte che Ubaldo ha catturato e infilato nella sua penna e che Alessio dovrà a sua volta catturare ed immortalare nelle immagini del suo film.

E la discesa nel lato oscuro di Ubaldo e del male, l’horror show, ci fa per un attimo riassaporare l’Albanesi gore che sapevamo prima o poi sarebbe riuscito fuori. Insomma un film da vedere per gli appassionati, anche perché esce in dvd in questi giorni (che volete farci le sale italiane sono così piene di bei bei bei bei film che proprio non c’era spazio…), meno ritmo, meno suspence e meno sangue de IL BOSCO FUORI, ma girato e scritto meglio, un film più maturo, Alessio forse ha trovato la sua ispirazione… E per gli appassionati dello splatter non mancano gli effetti del maestro Sergio Stivaletti, quindi ce n’è per tutti. Al prossimo HORROR SHOW…

Mamma vado a fà la guerra. Ovvero SHADOW di Federico Zampaglione.

Posted in Movies, News with tags , , , , , , , , , , , , on febbraio 9, 2011 by bloggergeist

 

“Sconsigliata alle anime ipersensibili. Si parla già di Zampaglione come dell’erede di Argento (che ha prodotto il film). Le premesse ci sono.”         La Repubblica

“Federico Zampaglione riesce a dirigere un film che fa paura davvero e stimola sgradevoli rapporti di causa effetto e di pensieri.”                          Corriere della sera

 

Non vorrei fare sempre la parte del bastian contrario. O forse mi odio così tanto da adorarlo. Ma vorrei dire anch’io la mia su Shadow – l’ombra visto cotanti apprezzamenti. Anche Ruggero Deodato su Nocturno Cinema loda il film di Zampaglione, premiato per la regia al Festival di Orvieto dedicato al fantasy e horror. C’è chi ne apprezza l’originalità (?), chi esalta il lato terrorifico (!), chi indica il regista come erede di Bava e Argento (?!).

Tutto ciò è esattamente l’opposto di quello che è stato il mio pensiero alla fine del film. Evidentemente basta brandire una “mini” falce insanguinata e farla sinistramente luccicare per diventare il nuovo Dario Argento. Se fossi nei panni del buon Dario al posto di produrre i miei improponibili falsi eredi, cercherei di risollevare la mia già compromessa carriera registica. E lo dice uno che striscerebbe pur di girare al fianco di DARIO ARGENTO.

Ma tornando a noi, davvero, Shadow di Federico Zampaglione è un film ridicolo. Girato bene e imbarazzante. Imbarazzanti sono le sue citazioni, come imbarazzante è la bottiglia di birra marca “BIRRA” che ti servono nel bar/baita sperduto tra le montagne in cui il film è ambientato. Ma non la vendevano alla coop? Cos’è il lato spiritoso del regista? L’ironia da horror è dunque diventata demenza trash? Sorvoliamo.

Da subito l’ insipidezza dei dialoghi mi fa pensare al peggio. Ma l’idea di stare per assistere a quello che è stato definito un torture movie d’altri tempi dalle riviste specializzate mi convince a proseguire nella visione. Intanto la storia va avanti nella noia più assoluta, raccontandoci di questo soldato americano in congedo che dice alla mamma che non vede l’ora di saltare in sella alla sua mountain bike e godersi il meritato riposo tra le montagne italiane.

E infatti eccolo qui scorrazzare tra le nostrane cime isolate, i boschi, i ruscelli. Che poi tanto isolati non sono visto che nel bel mezzo delle dolomiti c’è una baita che fa anche bar e in cui gira pure della gente. E che gente. Due pericolosissimi cacciatori (di frodo?)  che importunano la bella di turno (eh si c’è pure la figa) stranamente appassionata di mountain bike. Lui la difende, scorrazza un pò con lei, quasi si amano per quella mezza giornata, quando ecco tornare i cattivoni coi fucili che vogliono uccidere bambi.

Il nostro eroe lo impedisce ma non sa che i cacciatori sono completamente folli e con la loro jeep (che si sa essere normalmente più lenta di una bici) armati fino ai denti, perseguitano la coppietta lungo strade dissestate e fitta boscaglia. Nella confusione generale si arriva in una casetta sperduta fra le montagne (ma dai?).A viverci è un uomo dalle fattezze anfibie che li torturerà. Tranne la ragazza che non s’è capito bene dove vada a finire.

Ecco qua finalmente la parte interessante. Pensavo ingenuamente dentro di me. Si perchè il tizio più cattivo dei cacciatori cattivi li tortura ma allo spettatore non viene mostrato quasi nulla. Assistiamo solo alla cottura in padella di uno dei due cacciatori, ad una palpebra strappata (non durante ma già strappate, attenzione) e un pochetto di sangue qua e là.

Il nostro eroe però riesce a liberarsi non si sa bene come (e te pareva!) e in un atto di carità libera anche i suoi precedenti aguzzini (e te pareva!)  fuggendo poi nel bosco. I due cacciatori se la danno a gambe levate, lui sente la voce di lei provenire dalla casa degli orrori e decide giustamente di tornare a liberare la principessa. E così arriviamo all’ultimo quadro, la risoluzione finale, quand’ecco il colpo di scena alla M. Night Shyamalan. Solamente che in questo caso la soluzione dell’enigma (se ce n’è uno) di tutta questa strampalata storia è, se possibile, peggio dell’inizio.

Tutto quello a cui abbiamo assistito finora altro non era che il sogno di un uomo, anzi, di un soldato in coma (clamoroso! Mai visto!). La ragazza montanara è la copia sputata dell’infermiera che lo accudiva, i due cacciatori cattivi altri non erano che i suoi commilitoni coinvolti nell’esplosione che li aveva uccisi mentre lui era sopravvissuto. Perchè lui, al contrario dei due,  davanti alla facile fuga nei boschi(che quindi metaforicamente starebbe a significare l’arrendersi alla morte del malato in coma) era tornato indietro a sconfiggere l’uomo anfibio che a sto punto sarà la rappresentazione del male, del buio, del nero, del no, del negativo o della vita che è crudele o di qualsiasi cosa vi viene in mente sul tema.

Vi starete chiedendo perchè vi ho sciovinato così aggratis tutta la trama del film. Per farvi risparmiare tempo ed evitarvi la visione, in modo tale da potervi rivedere Suspiria e pensare a quanto vi manca Dario Argento.

La Notte di Ziggi

Posted in Stories with tags , , , , , , , on ottobre 12, 2010 by bloggergeist

aceva un freddo fottuto quella notte. Ziggi andava in giro sempre di notte. E faceva un freddo fottuto quella notte. Andava in giro di notte perchè non voleva incontrare la gente normale. Non c’è niente di interessante nella gente normale. Ti guardano male. Ti cacciano fuori dai loro negozi quelli lì. Faceva un freddo fottuto quella notte. Ziggi entrò in un alimentari pakistano. Con quelle cazzo di porte con la campanella appesa. Puzzava come tutti i pakistani di fast-food indiano, anche le loro case puzzavano di fast-food indiano. Vedeva in tv un dvd di uno dei milioni di film musicali che ogni anno confezionano, impacchettano e inviano da quell’enorme stalattite in cui vivono, direttamente da Bombay. Era cordiale come tutti i pakistani. Aveva quegli anelloni d’oro tamarri al dito, sembrava felice.

Era felice. Ziggi prese la bottiglia che costava di meno. Un noioso Merlot del Friuli. Da 2 euro e 59. Al supermercato forse 1 e 20. Uno schifo insomma. Giusto per farsi male. 11,5 gradi… non era neanche granchè. Intanto era già uscito dal pakistano aveva pagato? Mah… Sapeva solo di aver in mano la statuetta di un elefante, una di quelle pacchianerie da pakistano che mettono sulla cassa, forse una divinità. A Ziggi non gliene fregava più di tanto. La rimise in tasca. Non gli piaceva la gente normale. Non gli rivolgevano mai la parola quelli lì. Mai. Gli altri riempiti di fiori e lui? Era come loro. Puzzava come loro. Ma a lui niente fiori. A lui solo la noia, l’oblio, inosservato come un verme. Prese in pieno la solita pozzanghera vicino al marciapiedi. Il solito coglione. Lo sapeva che ci finiva dentro. La calza zuppa. Che palle. Faceva un freddo fottuto quella notte. Come tutte le notti per uno come lui. Bottiglia alla mano si accese una sigaretta. Una Diana rossa. Una delle peggiori. O forse la migliore tra le peggiori. Chissà.

Eccoli lì. La tenera coppietta. L’allegro chirurgo e la biondissima rumena. Il nonno e la nipotina. Mano nella mano. Lei con la busta di una libreria fra le dita. Cosa gli aveva comprato? Le riviste di moda e i settimanali di gossip? Solite letture per occhi angosciati dalla solita futile esistenza, imbrattata da sprazzi di gioia, regalata dal sedile in pelle di una Bmw o dalla pelle liscia del culetto rumeno. Ziggi voleva vomitare. Avrebbe dovuto spaccargli la bottiglia in testa e fracassargli il cranio a quella spocchiosa palla di grasso. Mescolando il Merlot con il suo sangue da maiale appeso al gancio. Che si confondessero insieme colando inesorabilmente sull’asfalto, correndo verso il tombino. E poi prendere lei, sbattere tutta la sua dolcezza contro il muro e farglielo sentire. Sul serio. Alzandola da terra, aggrappato a quelle cosce di seta, infilandole tutta la mano in bocca per non farla urlare. Avrebbe proprio dovuto farlo. E mentre ci pensava e aveva preso la sua decisione, si accorse di non essersi fermato. Chissà dove cazzo erano. Vabbè la prossima notte pensò. Dove cazzo era la bottiglia? Cazzo! Come si fa a perdere una bottiglia di vino? Di vino! Proseguiva. D’altronde non poteva fermarsi. La notte è breve. Per lui ancora di più.

Quelle strade puzzavano di piscio. Piscio di cane e di essere umano. Tanto hanno la stessa puzza. I suoi pantaloni strusciavano lungo la strada, pestati dai suoi stessi piedi, chissà quanta merda raccoglievano ogni notte. Chilometri e chilometri di sfregature sotto ai talloni, ridotti in brandelli, lordi e cenci, raccogliendo ogni tipo di rifiuto. Se c’era qualcosa che stava peggio di lui erano i suoi pantaloni. Che cazzo di freddo quella notte. E quando il freddo e il piscio si mescolano danno veramente fastidio. Con l’alcol ancora di più. C’era uno di quegli stronzi punk-a-bestia per strada. Gli si parò davanti e gli chiese una sigaretta e qualche spiccio. Come se gli fossero dovuti. E poi in tasca hanno il bancomat di papà. Stronzi ipocriti. Imbottiti di droghe. Aveva gli occhi spalancati. MDMA? Forse. Sporco, con il suo cazzo di cane bavoso, che gli annusava i pantaloni lerci. Ziggi odiava i punk-a-bestia. Ma più di questi i loro cani. Puzzavano cagavano e pisciavano in giro. E poi quei cazzoni dei loro padroni si proclamavano amanti degli animali. Li facevano scagazzare ovunque e li portavano ai rave. Pensava a cosa può essere un rave per un cane. Una guerra. Merdosi figli di papà. Puzzolenti per giunta. Meriterebbero un bel destro sul setto nasale. Dritto. Sul naso. E qualche calcio in pancia. Pure al cane se cominciava a ringhiare. E proprio mentre ci pensava si sentì illuminato da una luce mai vista prima. O forse sì.

Come su un palcoscenico. Finalmente era il protagonista. L’attenzione era su di lui. Accerchiato da un aurea lucente che gli dava un potere che mai aveva ricevuto prima. Si sentiva un dio. O giù di lì. Poi le voci. Non dava importanza alle voci. Non questa volta. Si avvicinò alla luce, voleva il suo momento di gloria, non curante delle voci. Poi una fitta.
Un rumore. Un dolore lancinante allo stomaco. Cristo. Era una pallottola. Un cazzo di proiettile piantato nello stomaco. E faceva un gran male. E la luce che lo illuminava, una volante degli sbirri, il faro puntato sul corpo smilzo e alto. Adesso, finalmente, ricordava. Quel dolore, quel dolore lancinante solo perchè aveva voluto dare una lezione a quei cazzo di normali. A coloro che costeggiavano la vita, che la succhiavano trainandosi dietro le vite degli altri. Come se i lamenti di un pakistano per due schiaffi e una bottiglia rubata valessero più di una vita. Come se la testa fracassata di un chirurgo maniaco sessuale, che se la poteva ricucire da solo, avesse qualche importanza. Come se aver regalato amore ad una signorina fosse sbagliato. Come se far vomitare sangue ad uno sbandato figlio di papà del cazzo fosse più importante della vita di un uomo.

Si ritrovò lì. Anche questa volta. Era quasi mattina. Qualche vecchietta era già là, a salutare il marito o a piangere quel poveraccio del figlio morto. Ziggi tornò alla sua lapide. Riaffondò come ogni mattina, aspettando la notte. Come ogni notte. In cui, come quella volta, era uscito per rifarsi di quella vita dimenticata da tutti gli dei, di quell’esistenza ignorata, dall’indifferenza di quei normali che sono quasi un’elite, che anche adesso portava fiori a tutti, tranne che a lui.

 

E tutto intorno marcisce. COLOUR FROM THE DARK by Ivan Zuccon.

Posted in Movies, News with tags , , , , , , , , , , , , , , on luglio 29, 2010 by bloggergeist

Fare cinema in Italia è difficile, lo sappiamo. Inutile elencarne i motivi e soprattutto le MOTIVAZIONI (soldi facili. Perchè pensare, sono soldi facili. Perchè scrivere, sono soldi facili. Perchè tentare, sono soldi facili.) che portano alla realizzazione di prodotti che, probabilmente nessuno vuole, nessuno voleva vedere. “Ma visto che ar cinema nun danno niente vedemose què”.

Figuriamoci se l’opera in questione è un film di genere. Le produzioni italiane hanno deciso che al popolo non piacciono. non vale la pena tentare. Chissà se avessero pensato le stesse cose quelli che producevano gli spaghetti western o i nostri primi film dell’orrore. Chissà dove sarebbe ora la cinematografia italiano. Siamo oramai rinchiusi in un modo di celluloide (quando va bene) prodotto, ma che dico prodotto, FINANZIATO che sembra non poter più divincolarsi dal vortice cialtronesco-romanaccio-borghese-familiare-introspettivo-ma coi problemi della vita vera che ormai ci ha resi impotenti.

Peccato che, se il problema fossero gli incassi allora è gente che di cinema ne sa poco. Per fare un esempio, molti top da box office degli ultimi decenni sono dei mokumentary “di paura”, da The Blair Witch Project a Rec, dal patetico Paranormal Activity passando per  genialate come District 9, film che non hanno fatto altro che attingere da precursori italiani, veri inventori del genere. Un registi di “tendenza” così abbagliante da creare delle vere e proprie mode come Tarantino ammette a cuore aperto di riempire il suo secchio d’ispirazione dal nostro pozzo. Da quell’acqua che, come sempre frettolosamente, avevano dichiarato NON-POTABILE.

Con “nostre” idee vecchie di trent’anni e più si fanno i soldi adesso. Cioè loro fanno i soldi adesso. Noi se ne stamo a Roma che facemo la dolce vita dei cesaroni e partimo de slancio cor filme sofferto de Ozpetek o co quello che te fa ride però te fa pure reflette de Brizzi.Questo sfogo per dire cosa? Ah già, il film. Il film di cui parliamo invece è di genere, di quelli che non verranno mai prodotti. Ovvero uno di quei film che oggi vengono chiamati “underground” perchè fatti a costo zero, con i mezzi a disposizione, tentando il tutto per tutto per portarli a termine, probabilmente per il semplice amore verso la settima arte.

Per cui un film underground non va valutato con lo stesso metro di giudizio di un film prodotto. Ed eccoci così a Colour from the Dark. La coraggiosa opera di Ivan Zuccon. Coraggioso è già il fatto di scomodare un mostro sacro come H.P. Lovecraft da cui prende ispirazione Ivo Gazzarini, il suo fedele sceneggiatore. Si parte infatti dal racconto The Colour Out of Space del maestro appunto, le cui atmosfere campestri e isolate vengono riprese dal regista in maniera maniacale. Siamo durante la seconda guerra mondiale e Pietro (Michael Segal) in guerra non ci è andato, per via del ginocchio malandato. Con lui la moglie Lucia (Debbie Rochon) e Alice (Marysia Kay), la sorella di lei, 22enne con problemi mentali.

Le giornate passano serene, la guerra li sfiora si, ma non li punge. Eppure l’armonia è solo apparente. Lovecraft aveva intuito prima di tutti una delle fobie principe dell’America dei nostri giorni, il nemico è dentro di noi. Nella nostra casa. E’ così fa il buon Ivan. Riproponendola made in Italy. E si sa che da noi squagliare croci non è visto di buon occhio. Ma a colpire è subito la fotografia, più dei troppi movimenti di macchina iniziali visto il ritmo del racconto. Poi però il vortice cresce. Il COLORE comincia a fare capolino, ritoccato per bene in post produzione e che “illumina” i vari stadi del film scanditi dai giorni della settimana.

Dagli accesi e colorati panorami della campagna l’atmosfera si scurisce e marcisce pian piano, dopo che “the colour” fuoriesce da quel pozzo, da quell’acqua che all’inizio aveva dato frutti e cibo facile, aveva guarito il ginocchio di Pietro, aveva ridato la parola ad Alice, ma aveva corrotto le loro anime per sempre. Lucia diviene il simbolo della decadenza. La bellezza e la grazia che diventano mostruoso erotismo e ferocia insensata. Ancora una volta è la mitezza di una donna il veicolo su cui viaggia l’atrocità. Una parabola discendente verso i meandri dell’oscurità, la stessa famiglia diviene il luogo del male da cui è ormai impossibile risalire, siamo marci dentro, come i pomodori dell’orto nelle campagne di Pietro.

Non a caso nel finale mancano completamente i colori, non c’è più nulla da descrivere se non il baratro, il buio cui tutti sono destinati per il gesto di una ragazza handicappata, l’innocenza che distrugge a sua insaputa. Non mancano scene “cult” come il letale abbraccio fra sorelle, secco, immediato, un solo gesto per distruggere la dolcezza. O il ritorno dell’altro fratello, quello di Pietro, quello che era andato in guerra. Forse sarebbe stato meglio non tornare.

Il cast è d’eccezione per un film LOW, da Debbie Rochon, la donna dall’urlo facile che alle spalle ha più di 100 pellicole, a Gerry Shanahan, passando per il protagonista Michael Segal, sempre presente nelle opere di Zuccon. Altra nota positiva sono senz’altro le mirabolanti musiche di Marco Werba, non male neanche gli effetti curati con attenzione da Fiona Walsh e Massimo Storari. Nel complesso l’opera di Zuccon è elegante nel suo essere “blasfema” e sanguinaria, Fulci e Bava avrebbero applaudito il loro discepolo costretto a creare, a prodursi, lì, dove tutto marcisce.