L’Albero delle fate

Una volta una fata abitante dei boschi smarrì la strada di casa. Si era messa a seguire le lucciole e si era spinta fino alla vallata. Non sapendo come tornare indietro, vide, in fondo alla gola un villaggio che da quella distanza pareva così piccolo. Sarà un altro villaggio di fate, chiederò a loro come tornare! Pensò lei, librandosi in aria. Vibrando le piccole ali si diresse curiosa verso le luci. Ma man a mano che si avvicinava al paese questo diventava sempre più grande. Che sia un villaggio di esseri umani? Rimuginava fra sé. Per fortuna non c’era anima viva in giro. Doveva andarsene al più presto pensò, gli esseri magici non dovevano per nessun motivo venire a contatto con gli umani e con i loro manufatti. Qualsiasi cosa avesse toccato di costruzione umana le avrebbe fatto perdere l’immortalità che tutte le creature della fantasia possiedono. Ad un tratto rivolse l’attenzione verso un presepe al centro della piazza. Si incuriosì e si avvicinò.

Era così bello ammise la fatina, assomigliava al suo piccolo villaggio , solo che i suoi immobili abitanti non brillavano come le fate. Gironzolando nel presepe vide la statuina di un pastorello col cappello e il bastone che faticosamente risaliva il sentiero. La fatina fu rapita dalla bellezza della statuina. Cominciò a svolazzare intorno al pastorello, illuminandolo con la polvere di fata, continuò ad ammirarlo e fu così che se ne innamorò. Come posso innamorarmi di una cosa inanimata? Io che sono la più bella fra le fate? Non riusciva a capacitarsi. Eppure se n’era invaghita. Rimase lì fino alle prime luci dell’alba a sospirare verso il suo bel pastorello.

I primi rumori di vita nel villaggio la portarono via bruscamente dal suo sogno impossibile. Approfitterò delle luci dell’aurora per ritrovare il villaggio delle fate! Pensò e si avviò verso il bosco di abeti, sicura che la notte seguente sarebbe tornata ad ammirarlo. Lo guardò un ultima volta e rapidamente si dileguò. Al villaggio raccontò tutto alla sua fatina confidente che preoccupata le ricordò cosa rischiava a stare in un luogo abitato da umani. Certo che lo sapeva! Promise all’amica di tanti voli, che non ci sarebbe più tornata in quel posto pericoloso e si diedero appuntamento per quella notte così avrebbero inseguito insieme le lucciole fra i cespugli. Ma il desidero della fatina era troppo forte. Quella notte non si presentò all’appuntamento ma svolazzò di nuovo verso la valle.

Il villaggio era come sempre immerso nel sonno. Con uno sbatter d’ ali la fata arrivò al presepe. Si posò su una pietra e desiderosa cominciò a guardare intensamente il pastorello. Ad ogni sguardo le ali le vibravano ricoprendola di dorata polvere di stelle. Perchè non può essere vero? Cercò volteggiando di ricoprire la statuina di polvere di stelle, che poteva guarire da qualsiasi ferita, chissà se avrebbe funzionato con le ferite del cuore. E volteggiando e volteggiando aveva coperto tutta la statuina con la sua polvere. E’ inutile. Non riuscirò mai a rendere vero il mio amore! La fatina, ancora in volo, cominciò a piangere disperatamente, convinta che mai è poi mai il suo sogno si sarebbe realizzato. Le lacrime brillanti come pietre preziose caddero sulla statuina. La polvere di fata, bagnata dalle lacrime creò una sorta di bozzolo intorno al pastorello, come fosse diventato uno splendido baco di seta dorata. La Fata assistette incredula alla scena. All’improvviso il baco cominciò a rompersi e… meraviglia! Il pastorello si era animato.

Spaesato l’ometto si guardò intorno e poi in alto e vide finalmente la fatina, con gli occhi di chi può davvero vedere. Sei così bella e luminosa! Disse il pastorello emozionato. La fata svolazzava da una parte all’altra per la felicità. Un battito d’ ali ed era di fronte al suo inaccessibile amore. Cos’è questa strana sensazione? Domandò la statuina all’esserino alato. Significa che sei vivo! Rispose la fatina felice. E’ incredibile! Tu mi hai fatto il regalo più grande! Anche io voglio regalarti qualcosa, le disse il pastorello. Io voglio regalarti un bacio! Mi spiace ma sei stato forgiato da mano umana ed io non posso in nessun modo accostarmi a te mio dolce ometto. Le ribattè lei con tenerezza. Ma come? E ora cos’è questo dolore? Si toccò il cuore. Lo so, rispose la fatina, è quello che provavo anche io quando nn potevo parlarti! I due piccoli esseri si guardarono intensamente, colmi di desideri impossibili da realizzare, ma raggianti di potersi amare davvero. Ma anche per gli esseri magici la realtà è più crudele di quanto possa sembrare.

Un leggero vento si era alzato durante la notte, e la fatina consigliera, non vedendo arrivare la sua fidata compagna si mise in testa di cercarla, appropinquandosi verso la valle e il villaggio. La stessa brezza notturna era passata anche al paese degli umani. La fatina dorata, troppo presa dal suo pastorello animato non si curò della folata che, senza preavviso, la spintonò verso la statuina. L’ometto in un gesto istintivo l’afferrò per non farla cadere al suolo, si guardarono e gli sguardi da desiderosi d’amore diventarono colmi di angoscia e impotenza. La fatina avvicinò il viso allo spaventato pastorello e con un ultimo gesto lasciò che le sue labbra sfiorassero quelle della sua metà. Poi una morsa al cuore, la luminosa aura della fatina cominciò lentamente ad affievolirsi, mentre la statuina cercava di tenerla fra le braccia, ma anche lui andava irrigidendosi, come se non potesse più muoversi. La fatina consigliera intanto era arrivata al villaggio, ma troppo tardi. Non potè far altro che assistere alla terribile scena.

Il pastorello si pietrificò davanti al suo sguardo inerme, mentre la sua compagna sbattè per l’ultima volta le minute ali oro e arcobaleno. L’aura della piccola creatura si spense definitivamente. I suoi colori sgargianti divennero grigi, fino a diventare cenere. La fatina consigliera, in preda alla disperazione, volò veloce verso il villaggio delle fate per raccontare l’accaduto. Visto che era ancora notte e gli umani dormivano, le fatine decisero di recarsi subito sul luogo del tragico avvenimento. Quando giunsero nel paesino degli umani videro che dalle ceneri della fata era cresciuto un giovane abete, l’albero che circonda i villaggi fatati. E così, per ricordare la loro dolce compagna si posarono tutte sui rami dell’abete, a piangere la povera sventurata. Le fatine erano così luminose e le loro lacrime così brillanti che svegliarono gli abitanti del paese convinti che fosse già giorno. Quando uscirono fuori dalle case gli uomini non credettero ai loro occhi! Nel bel mezzo della piazza era cresciuto un albero rigoglioso che emanava una meravigliosa luce di diversi colori, le aure delle fate infatti, brillano ognuna di un colore diverso.

Quel bagno di luce riscaldò il cuore di tutti che rimasero estasiati dal regalo che le fate involontariamente avevano fatto loro. Da quel giorno al paese decisero che ogni natale avrebbero illuminato quell’albero forte e rigoglioso in ricordo della fatina che si era spenta, sacrificandosi per ciò che non avrebbe mai potuto avere.

 

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