E tutto intorno marcisce. COLOUR FROM THE DARK by Ivan Zuccon.

Fare cinema in Italia è difficile, lo sappiamo. Inutile elencarne i motivi e soprattutto le MOTIVAZIONI (soldi facili. Perchè pensare, sono soldi facili. Perchè scrivere, sono soldi facili. Perchè tentare, sono soldi facili.) che portano alla realizzazione di prodotti che, probabilmente nessuno vuole, nessuno voleva vedere. “Ma visto che ar cinema nun danno niente vedemose què”.

Figuriamoci se l’opera in questione è un film di genere. Le produzioni italiane hanno deciso che al popolo non piacciono. non vale la pena tentare. Chissà se avessero pensato le stesse cose quelli che producevano gli spaghetti western o i nostri primi film dell’orrore. Chissà dove sarebbe ora la cinematografia italiano. Siamo oramai rinchiusi in un modo di celluloide (quando va bene) prodotto, ma che dico prodotto, FINANZIATO che sembra non poter più divincolarsi dal vortice cialtronesco-romanaccio-borghese-familiare-introspettivo-ma coi problemi della vita vera che ormai ci ha resi impotenti.

Peccato che, se il problema fossero gli incassi allora è gente che di cinema ne sa poco. Per fare un esempio, molti top da box office degli ultimi decenni sono dei mokumentary “di paura”, da The Blair Witch Project a Rec, dal patetico Paranormal Activity passando per  genialate come District 9, film che non hanno fatto altro che attingere da precursori italiani, veri inventori del genere. Un registi di “tendenza” così abbagliante da creare delle vere e proprie mode come Tarantino ammette a cuore aperto di riempire il suo secchio d’ispirazione dal nostro pozzo. Da quell’acqua che, come sempre frettolosamente, avevano dichiarato NON-POTABILE.

Con “nostre” idee vecchie di trent’anni e più si fanno i soldi adesso. Cioè loro fanno i soldi adesso. Noi se ne stamo a Roma che facemo la dolce vita dei cesaroni e partimo de slancio cor filme sofferto de Ozpetek o co quello che te fa ride però te fa pure reflette de Brizzi.Questo sfogo per dire cosa? Ah già, il film. Il film di cui parliamo invece è di genere, di quelli che non verranno mai prodotti. Ovvero uno di quei film che oggi vengono chiamati “underground” perchè fatti a costo zero, con i mezzi a disposizione, tentando il tutto per tutto per portarli a termine, probabilmente per il semplice amore verso la settima arte.

Per cui un film underground non va valutato con lo stesso metro di giudizio di un film prodotto. Ed eccoci così a Colour from the Dark. La coraggiosa opera di Ivan Zuccon. Coraggioso è già il fatto di scomodare un mostro sacro come H.P. Lovecraft da cui prende ispirazione Ivo Gazzarini, il suo fedele sceneggiatore. Si parte infatti dal racconto The Colour Out of Space del maestro appunto, le cui atmosfere campestri e isolate vengono riprese dal regista in maniera maniacale. Siamo durante la seconda guerra mondiale e Pietro (Michael Segal) in guerra non ci è andato, per via del ginocchio malandato. Con lui la moglie Lucia (Debbie Rochon) e Alice (Marysia Kay), la sorella di lei, 22enne con problemi mentali.

Le giornate passano serene, la guerra li sfiora si, ma non li punge. Eppure l’armonia è solo apparente. Lovecraft aveva intuito prima di tutti una delle fobie principe dell’America dei nostri giorni, il nemico è dentro di noi. Nella nostra casa. E’ così fa il buon Ivan. Riproponendola made in Italy. E si sa che da noi squagliare croci non è visto di buon occhio. Ma a colpire è subito la fotografia, più dei troppi movimenti di macchina iniziali visto il ritmo del racconto. Poi però il vortice cresce. Il COLORE comincia a fare capolino, ritoccato per bene in post produzione e che “illumina” i vari stadi del film scanditi dai giorni della settimana.

Dagli accesi e colorati panorami della campagna l’atmosfera si scurisce e marcisce pian piano, dopo che “the colour” fuoriesce da quel pozzo, da quell’acqua che all’inizio aveva dato frutti e cibo facile, aveva guarito il ginocchio di Pietro, aveva ridato la parola ad Alice, ma aveva corrotto le loro anime per sempre. Lucia diviene il simbolo della decadenza. La bellezza e la grazia che diventano mostruoso erotismo e ferocia insensata. Ancora una volta è la mitezza di una donna il veicolo su cui viaggia l’atrocità. Una parabola discendente verso i meandri dell’oscurità, la stessa famiglia diviene il luogo del male da cui è ormai impossibile risalire, siamo marci dentro, come i pomodori dell’orto nelle campagne di Pietro.

Non a caso nel finale mancano completamente i colori, non c’è più nulla da descrivere se non il baratro, il buio cui tutti sono destinati per il gesto di una ragazza handicappata, l’innocenza che distrugge a sua insaputa. Non mancano scene “cult” come il letale abbraccio fra sorelle, secco, immediato, un solo gesto per distruggere la dolcezza. O il ritorno dell’altro fratello, quello di Pietro, quello che era andato in guerra. Forse sarebbe stato meglio non tornare.

Il cast è d’eccezione per un film LOW, da Debbie Rochon, la donna dall’urlo facile che alle spalle ha più di 100 pellicole, a Gerry Shanahan, passando per il protagonista Michael Segal, sempre presente nelle opere di Zuccon. Altra nota positiva sono senz’altro le mirabolanti musiche di Marco Werba, non male neanche gli effetti curati con attenzione da Fiona Walsh e Massimo Storari. Nel complesso l’opera di Zuccon è elegante nel suo essere “blasfema” e sanguinaria, Fulci e Bava avrebbero applaudito il loro discepolo costretto a creare, a prodursi, lì, dove tutto marcisce.

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